Il paese viene riportato con il nome di Fabalis in una pergamena del 1092 nella quale si annota che Guglielmo, signore di Fabalis, con il fratello Ruggiero, dona la chiesa di san Michele Arcangelo (i suoi resti sono oggi visibili accanto a quelli della ricostruita cappella del XVII sec. in contrada sant’Andrea) al monastero di santa Chiara in Kir Zosimo (Cersosimo), dipendente dalla Badia Benedettina di Cava. In un altro atto del 1171 questa donazione viene riconfermata da Tristaino de Duna, signore di Favale e, poi, giustiziere imperiale.
In numerosi documenti successivi compaiono diversi toponimi: Favacie, Favacia, Fabali, Fabale, Fibali, Fabalo, Fabalio, Favali. Questi, così come Fabalis , che ha anche diversi riscontri in Calabria e Puglia, sono tutti riconducibili, secondo Racioppi, al termine greco faba, fava. Fabale sarebbe il “campo destinato a coltura di fave, come ortale a coltura di erbe ortensi, presso l’abitato”. La fava è una pianta erbacea molto diffusa in tutto il territorio dell’Italia meridionale e, in particolar modo, nell’antica Basilicata. Se quest’origine trovasse conferma otterremmo, allo stesso tempo, un dato importante anche per la conoscenza dell’economia alimentare della regione almeno attorno all’anno mille.
Secondo un’altra teoria il toponimo Fabalis, deriverebbe dall’arabo ( del resto di origine araba sono i vicini centri di Tursi e Colobraro) e significherebbe “terra ricca di sorgenti d’acqua”, di cui tutt’oggi vi è abbondanza. A supporto di quest’ipotesi, Lorenzo Quilici scrive che Barrio, nel 1571, ricorda Fabale per la presenza del “gossipium”, cioè della pianta del cotone, introdotta dagli arabi, nel IX sec. a. C., in Sicilia e nella vicina Calabria, e poco diffusa nel resto dell’Italia. Anche la denominazione Valle delle donne, data alla piccola zona piana, ricca di sorgenti, nei pressi del castello, deriverebbe dall’arabo “‘ayn”, fonte; al contrario, alcuni nomi usati per indicare altri luoghi nel paese, avrebbero un’origine greca, come ad esempio: Varrata da φάραγξ burrone. Questo territorio, infatti, sarebbe stato già abitato, soprattutto nella parte più alta, sulla cima del monte Coppolo, nell’età del ferro e del bronzo. Tale insediamento, secondo Quilici, dovrebbe essere identificato con la città di Lagaria, fondata, secondo la leggenda da Epeo, il mitico costruttore del cavallo di Troia.
Oltre ad i resti di questa città, datati 4º secolo a. C., sono stati scoperti, in località Timpa del Ponto, anche i resti di una torre ellenistica con annesso villaggio, raro esempio del genere, in Italia. Queste scoperte avvalorerebbero l’origine greca del termine Fabalis.
In realtà la tradizione voleva il paese fondato dai profughi di Prestinace o Presinace, sulla vetta di Serra Maiori, tra Valsinni e Nocara, fuggiti per un’invasione di serpenti ed insidiatisi nei dintorni del castello morriano.
Solo il 14 settembre 1873, con decreto regio n.1573, l’allora re d’Italia Vittorio Emanuele II “autorizza il comune di Favale S. Cataldo ad assumere la denominazione di Valsinni” a seguito della richiesta deliberata dal consiglio comunale di Favale, in data 8 maggio 1873.
BIBLIOGRAFIA.
• PASQUALE MONTESANO, Isabella di Morra, storia di un paese e di una poetessa, Matera-Roma, Altrimedia Edizioni, 1999.
• LORENZO QUILICI-STEFANIA QUILICI GIGLI, Carta archeologica della valle del Sinni. Da Valsinni a san Giorgio lucano e Cersosimo, II, Roma, ‹‹L’erma›› di Bretschneider, 2002.
• GIACOMO RACIOPPI, storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, Roma, Loescher, 18891.
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