Pubblicato da: mediatecavalsinni | gennaio 8, 2010

La biblioteca comunale.

Istituita nel 1968 ed intitolata ad Isabella Morra, la biblioteca comunale di Valsinni può contare su un patrimonio librario di ben 8500 volumi, da quelli delle enciclopedie più prestigiose ai più famosi best- sellers odierni. Fra le sue numerose sezioni, molto fornita è quella lucana, riservata alla storia, alla cultura ed agli autori della regione Basilicata; di recente istituzione è la cosiddetta biblioteca Morriana, cioè la sezione atta ad accogliere tutte le pubblicazioni, passate e future sulla figura della poetessa cinquecentesca. Dopo una serie di traslochi, oggi, la biblioteca ha finalmente una sede definitiva, nella centralissima via Gianturco, nei locali adibiti ad ospitare gli uffici comunali fino alla fine degli anni settanta. Sulla sua facciata, ai lati del portale con arco a pieno centro, sono state poste due lapidi marmoree che ricordano il sangue versato da giovani della comunità valsinnese, al servizio dello stato italiano, durante entrambi i conflitti mondiali.

Per info:

Biblioteca comunale ” I. Morra”
via Gianturco 84
75029 Valsinni (MT)
tel. : 0835817338

Pubblicato da: mediatecavalsinni | gennaio 8, 2010

I Gafi.

I Gafi sono dei tunnel che non solo permettono la comunicazione fra le vie concentriche e parallele del centro storico, ma anche la costruzione di abitazioni lì dove vi sono dislivelli del terreno. Al loro interno sono collocati spesso gli ingressi delle case sovrastanti e dei cosiddetti “Catoi”, ovvero dei locali piccoli e poco illuminati, utilizzati come magazzini, le cui fondamenta di solito poggiano direttamente sulla roccia.
Passando sotto i Gafi si possono ancora sentire i profumi di una volta, come quello del vino che fermenta o dei salami posti a stagionare nei Catoi, ed è ancora possibile immaginare la popolazione valsinnese di un tempo che, sotto questi tunnel, si fermava a chiacchierare o le donne che, ricamando e lavorando a maglia o all’uncinetto, coltivavano qui, al riparo dalla pioggia, i rapporti, per così dire, di buon vicinato.

Bibliografia:

ISTITUTO COMPRENSIVO DI VALSINNI, A passeggio con Isabella. Studio del territorio.

Pubblicato da: mediatecavalsinni | gennaio 7, 2010

Il borgo medievale.

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“Il piccolo abitato è aggrappato e come conficcato nelle falde del ripido colle, che il castello sovrasta”. (Benedetto Croce)

Il centro storico di Valsinni, di origine medievale, si sviluppa, da nord ad est, intorno al colle in cima al quale domina il castello dei Morra. Le sue strade, concentriche e parallele, messe, tra loro, in comunicazione dai caratteristici “Gafi”, un tempo furono lastricate con pietra locale, poi sostituita da lastre di porfido. Anche le case furono erette in pietra locale e calce preparata nelle fornaci presenti nelle campagne circostanti, e coperte da tetti realizzati con tegole e canne miste a creta.
Camminando tra i suoi vicoli ed i suoi Gafi è possibile conoscere il borgo anche negli aspetti meno nobili, ritornando con la mente a quelle piccole botteghe artigiane ed a quei dettagli della vita quotidiana che in parte Pro Loco e Comune hanno cercato di ricreare, senza trascurare alcun dettaglio, realizzando pupazzi di cartapesta, a grandezza naturale (il banditore, il barbiere, il ciabattino, il falegname, il sarto, il fabbro).

Bibliografia:

ISTITUTO COMPRENSIVO DI VALSINNI, A passeggio fcon Isabella. Studio del territorio.

Pubblicato da: mediatecavalsinni | gennaio 3, 2010

Le evidenze archeologiche sul monte Coppolo

Sulla cima del monte Coppolo sono stati rinvenuti i resti di una città fortificata. Secondo il prof. Lorenzo Quilici, qui sorgeva Lagaria, fortezza greca, fondata, per Velleio Patercolo, Licofrone e Pseudo- Aristotele, da Epeo, il mitico costruttore del cavallo di Troia. Egli, al ritorno dalla guerra causata dalla bella Elena, si sarebbe separato dal suo capo Nestore, per via di una tempesta, e sarebbe approdato con la sua nave sulle coste del mar Ionio, risalendo, poi, il corso del fiume Siri, il Sinni. Sul monte Coppolo egli avrebbe costruito un tempio, dedicato ad Athena Mindia. In realtà il sito archeologico risale al 4° sec. a. C.. Questa città faceva, probabilmente, parte delle strutture rinforzate della Lega Italiota, stipulata fra le colonie della Magna Grecia e voluta da Taranto, per fronteggiare le popolazioni lucane. Sono ancora ben visibili i resti della doppia cinta muraria: una piccola, interna, di 400 m., a difesa dell’Acropoli, ed un’altra, più grande, esterna, di 1800 m, addosso alla quale vi erano strutture e magazzini. All’interno delle mura, si accedeva attraverso la cosiddetta “Porta di Ferro”. Su di un prolungamento del monte Coppolo, verso est, sul così detto Capo Petaccia, in località Timpa del Ponto (il nome vuol dire Punta di roccia, ed in effetti è una balza rocciosa posta a 216 metri s.l.m., oltre la quale il fiume Sinni si allarga e continua il suo cammino verso il mare) sono stati rinvenuti, tra l’altro, i resti di un’antica torre di avvistamento, di età ellenistica, con base poligonale, tendente al parallelepipedo, quadra di 41 metri di lato, ma, purtroppo, la presenza di una cava non ne ha permesso la perfetta conservazione. La torre era probabilmente usata per controllare il passaggio nella valle del fiume ed è sicuramente da collegarsi agli interessi politici e commerciali della comunità che abitava il luogo. La costruzione di una stradanel 1958-1959 avrebbe portato alla luce una necropoli, anch’essa del IV secolo a. C. e ricollegabile all’abitato sul monte, le cui tombe sarebbero state dotate di ampi corredi funebri, andati dispersi.

BIBIOGRAFIA:

• LORENZO QUILICI-STEFANIA QUILICI GIGLI, Carta archeologica della valle del Sinni. Da Valsinni a san Giorgio lucano e Cersosimo, II, Roma, ‹‹L’erma›› di Bretschneider, 2002.

Pubblicato da: mediatecavalsinni | gennaio 3, 2010

Il monte Coppolo.

Questo monte domina, dall’alto dei suoi 890 m s. l. m., l’abitato di Valsinni. La sua ricca vegetazione vede prevalere cerri, farneti, elci, lecci, castagni, carpini, aceri, pruni ed agrifogli, alternati a cespugli di cornioli, ginestre, sparti, asfodeli e rocce spoglie, piene di anfratti, tane ideali per volpi, tassi, gatti selvatici, linci, cinghiali e serpenti. Vi si accede tramite una mulattiera, da contrada Calanche, oppure attraverso un sentiero dal giogo della Palombaia. Esso non è importante solo dal punto di vista naturalistico, dal momento che rientra nel territorio del Parco Nazionale del Pollino, ma anche da quello archeologico. Sulla sua cima, infatti, sono stati rinvenuti, non solo frammenti di ceramica o di tegole, ma i resti di una vera città fortificata.
Nei giorni sereni per chi si trova sulla sommità del monte è possibile volgere lo sguardo su tutto il mar ionio, fino a Taranto.

“D’un alto monte onde si scorge il mare
Miro sovente io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella”.

Pubblicato da: mediatecavalsinni | gennaio 3, 2010

Il fiume Sinni.

Così scrive il prof. Caserta:

“Protagonista, insieme alla poetessa, e dunque il paesaggio di Valsinni; è sopra ogni altra cosa domina il fiume che, scorrendo verso il mare, sembra andare verso quel mondo che alla giovane era negato. Ad esso Isabella affida i suoi messaggi”:

“Torbido Siri, del mio mal superbo,
or ch’io sento da presso il fin amaro,
fa’ tu noto il mio duolo al Padre caro,
se mai qui ‘l torna il suo destino acerbo”.
(Sonetto VIII)

Ed ancora, rivolgendosi ad esso, la giovane baronessa Morra scrive:

“Quanto pregiar ti puoi, Siri mio amato,
de la tua ricca e fortunata riva
e de la terra che da te deriva
il nome, ch’al mio cor oggi è sì grato”;
(Sonetto IV)

Lungo 101 km, il Sinni, da cui il paese prende il nome, nasce sul monte Sirino ed è ingrossato da oltre 200 ruscelli che fungono da affluenti. Passando sotto Valsinni, come se lo stesse abbracciando, esso crea delle suggestive anse, proseguendo il suo cammino fino al mar Ionio. Sicuramente in tempi antichi questo corso d’acqua poteva essere solcato da grosse chiatte per il trasporto delle merci ed utilizzato per le fluttuazioni del legname. Oggi, dighe poste più a monte, come quella di monte Cotugno, in agro di Senise, ne hanno fortemente ridotto la portata, che aumentava, con le eventuali piogge, tanto da provocare pericolose piene, che gli anziani del borgo ancora ricordano.

Pubblicato da: mediatecavalsinni | gennaio 3, 2010

Il ponte

Nei secoli scorsi recarsi da Valsinni a Colobraro non era semplice, specie durante il periodo invernale. Nel 1878 venne costruito un primo ponte, in legno a 5 arcate, il cui progetto era stato curato dall’ing. Darbani; due anni dopo una piena lo distrusse. In seguito ne venne costruito un secondo, questa volta in pietra e con solide fondamenta nel letto del fiume, dall’impresa edile di Giuseppe Ferrara, su progetto di Sandro Vito. Il 1944 è l’anno della tragedia: una devastante alluvione trascinò alberi e detriti fin sotto il ponte, ostruendone il passaggio e determinando una grande inondazione che travolse una piccola abitazione, sita in zona Piano, uccidendo un’intera famiglia. Il ponte odierno, la cui costruzione iniziò nel 1946, lungo 96 metri e largo 6, è sostenuto da 2 arcate superiori e da 2 travi in cemento armato che lo equilibrano. Esso è stato realizzato su progetto di un’ingegnere ed architetto tedesco, Herling, dalla ditta SICELP, ed ha rappresentato anche un’occasione di lavoro per la manovalanza locale.

Pubblicato da: mediatecavalsinni | gennaio 3, 2010

La Cappella del Carmine.

La Cappella, posta nell’omonima piazza, nella zona centrale e nuova del paese, venne costruita nel 1958, insieme all’asilo infantile, cui era legata, e non lontano da un’altra cappella, sempre dedicata alla Madonna del Carmine. Sull’altare maggiore è collocata una statua di questa Madonna, fatta costruire a Lecce nel 1901.

Pubblicato da: mediatecavalsinni | gennaio 3, 2010

Da Favale a Valsinni.

Il paese viene riportato con il nome di Fabalis in una pergamena del 1092 nella quale si annota che Guglielmo, signore di Fabalis, con il fratello Ruggiero, dona la chiesa di san Michele Arcangelo (i suoi resti sono oggi visibili accanto a quelli della ricostruita cappella del XVII sec. in contrada sant’Andrea) al monastero di santa Chiara in Kir Zosimo (Cersosimo), dipendente dalla Badia Benedettina di Cava. In un altro atto del 1171 questa donazione viene riconfermata da Tristaino de Duna, signore di Favale e, poi, giustiziere imperiale.
In numerosi documenti successivi compaiono diversi toponimi: Favacie, Favacia, Fabali, Fabale, Fibali, Fabalo, Fabalio, Favali. Questi, così come Fabalis , che ha anche diversi riscontri in Calabria e Puglia, sono tutti riconducibili, secondo Racioppi, al termine greco faba, fava. Fabale sarebbe il “campo destinato a coltura di fave, come ortale a coltura di erbe ortensi, presso l’abitato”. La fava è una pianta erbacea molto diffusa in tutto il territorio dell’Italia meridionale e, in particolar modo, nell’antica Basilicata. Se quest’origine trovasse conferma otterremmo, allo stesso tempo, un dato importante anche per la conoscenza dell’economia alimentare della regione almeno attorno all’anno mille.
Secondo un’altra teoria il toponimo Fabalis, deriverebbe dall’arabo ( del resto di origine araba sono i vicini centri di Tursi e Colobraro) e significherebbe “terra ricca di sorgenti d’acqua”, di cui tutt’oggi vi è abbondanza. A supporto di quest’ipotesi, Lorenzo Quilici scrive che Barrio, nel 1571, ricorda Fabale per la presenza del “gossipium”, cioè della pianta del cotone, introdotta dagli arabi, nel IX sec. a. C., in Sicilia e nella vicina Calabria, e poco diffusa nel resto dell’Italia. Anche la denominazione Valle delle donne, data alla piccola zona piana, ricca di sorgenti, nei pressi del castello, deriverebbe dall’arabo “‘ayn”, fonte; al contrario, alcuni nomi usati per indicare altri luoghi nel paese, avrebbero un’origine greca, come ad esempio: Varrata da φάραγξ burrone. Questo territorio, infatti, sarebbe stato già abitato, soprattutto nella parte più alta, sulla cima del monte Coppolo, nell’età del ferro e del bronzo. Tale insediamento, secondo Quilici, dovrebbe essere identificato con la città di Lagaria, fondata, secondo la leggenda da Epeo, il mitico costruttore del cavallo di Troia.
Oltre ad i resti di questa città, datati 4º secolo a. C., sono stati scoperti, in località Timpa del Ponto, anche i resti di una torre ellenistica con annesso villaggio, raro esempio del genere, in Italia. Queste scoperte avvalorerebbero l’origine greca del termine Fabalis.
In realtà la tradizione voleva il paese fondato dai profughi di Prestinace o Presinace, sulla vetta di Serra Maiori, tra Valsinni e Nocara, fuggiti per un’invasione di serpenti ed insidiatisi nei dintorni del castello morriano.
Solo il 14 settembre 1873, con decreto regio n.1573, l’allora re d’Italia Vittorio Emanuele II “autorizza il comune di Favale S. Cataldo ad assumere la denominazione di Valsinni” a seguito della richiesta deliberata dal consiglio comunale di Favale, in data 8 maggio 1873.

BIBLIOGRAFIA.

• PASQUALE MONTESANO, Isabella di Morra, storia di un paese e di una poetessa, Matera-Roma, Altrimedia Edizioni, 1999.

• LORENZO QUILICI-STEFANIA QUILICI GIGLI, Carta archeologica della valle del Sinni. Da Valsinni a san Giorgio lucano e Cersosimo, II, Roma, ‹‹L’erma›› di Bretschneider, 2002.

• GIACOMO RACIOPPI, storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, Roma, Loescher, 18891.

Pubblicato da: mediatecavalsinni | gennaio 3, 2010

Cenni storici.

Valsinni è un piccolo paese del materano che si estende, ai piedi del monte Coppolo, per circa 30 km, con un’altitudine di circa 250 metri s. l. m.. La sua esistenza è accertata fin dall’XI sec., dapprima con il nome di Fabalis, poi con quelli di Favacie o Favacia, già in uso in documenti del 1092. Esso venne, in seguito, chiamato Favale S. Cataldo fino al 14 settembre 1875, quando, con il decreto n. 1573 del re Vittorio Emanuele II, questo a denominazione venne modificata in Valsinni. Secondo la locale tradizione il paese deve le sue origini ai profughi di Serra Maiori. Sotto gli Aragonesi, il feudo di Favale venne concesso da Ferrante ad Antonello della famiglia dei Sanseverino, principi di Salerno, i quali lo avevano subinfeudato a Pantaleone dei Vivacqua di Oriolo, una cui nipote, Menocca, aveva sposato Bartolomeo Morra. Fu così che esso giunse nelle mani di Giovanni Michele Morra, nipote di Bartolomeo e padre della giovane Isabella, poetessa minore del ‘500. Dopo la tragica morte di quest’ultima, e l’istruttoria aperta dal governo spagnolo, il feudo fu venduto dal primogenito Marcantonio Morra ad Alessandro Capaccia e, successivamente, passò ai Capece, ai Galeota, ai Galluccio ed ai La Marra. Nel 1680 esso divenne proprietà del duca di Lauria, don Girolamo Calà, al quale succedettero gli Ulloa, che ne mantennero il dominio fino al 1806, quando venne abolita la feudalità in tutto il regno di Napoli.

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